Per la rubrica “Voci dall’Africa”, dal Magadascar ecco la testimonianza di Padre Attilio Mombelli, responsabile della missione di Ihosy.
“Dovremmo essere noi missionari, con la nostra gente, con i nostri bambini così spaventati quando li avete presi in braccio la prima volta… Dovremmo essere noi a raccontare tutte quelle cose straordinarie che voi di AMOA avete fatto qui, e di certo in tutte le nazioni dell’Africa dove lavorate e servite. Carissimi amici di AMOA, nella vostra ‘vocazione di oculisti’ avete visto l’Africa, vi siete innamorati e avete scelto questo continente: non per le tante meraviglie che vi si trovano ma per la sua gente, e avete trovato in queste persone, spesso terribilmente povere, una meraviglia da salvare”.
“Vi ho conosciuto attraverso un amico, il dottor Lino De Marinis, che da anni ci frequenta e che usa le sue capacità (i suoi occhi e il suo cuore) per curare, innanzitutto, ma anche per conoscere e far conoscere il Madagascar e la sua gente. È iniziato così il nostro commino insieme. Per me non è stata un’esperienza di collaborazione tecnica di lavoro, anche perché sono del tutto incompetente in questo campo, ma abbiamo avuto modo di condividere cose molto belle, profonde, essenziali. La prima cosa e la più grande che ho colto in voi tutti, non è la vostra competenza, ma l’amore. Il vostro modo di guardare, toccare, accarezzare qualunque persona che vi veniva presentata: era innanzitutto un gesto pieno d’amore, commovente; poi subito parlavate di come e cosa fare, di come intervenire, etc. Era però la persona sofferente che avevate davanti che contava. Un altro pregio che avete tutti è quello di ‘vivere fuori dal tempo’. Bisognava sempre incominciare presto con una lunga lista di interventi e andare avanti senza fermarsi, senza chiedere niente, neppure un caffè; avanti, bisognava finire…”.
“Lasciate che ve lo dica: più di una persona dopo l’intervento si è avvicinata e mi ha detto: ‘I Vahaza (i bianchi) sono veramente bravi, ci vogliono più bene che i nostri medici malgasci’. Per alcuni, forse, era un complimento, ma per molti altri era veramente un ringraziamento sincero. E sono contento di potervelo offrire, perché viene da loro, dal loro cuore. I malgasci quando vogliono ringraziare usano offrire qualche cosa, magari molto semplice, magari molto piccola. E dicono: ‘È come un piccolo barattolo di miele, non è pieno ma lo riempiamo con il nostro cuore, con il nostro amore’. Vi prego, ricevetelo con gioia, è per ciascuno di voi, per le vostre famiglie, che magari non sono mai venute a vedere quello che avete fatto. Grazie AMOA, grazie anche per avermi insegnato ad essere un po’ più missionario”.